Raccolta pubblicata da Archinto Editore, Milano, nel 2012, con prefazione di Maurizio Cucchi.
Prefazione
Gli aspetti che subito emergono anche a una prima lettura di
questo libro di Carlangelo Mauro sono a mio avviso due: la
sottigliezza e l’acutezza della scrittura e l’insistere di una memoria
che è anche, o soprattutto, memoria familiare e storica,
e che risale, dunque, anche decisamente indietro nel tempo,
come se l’autore se ne sentisse in qualche modo, ma certo senza
opporsi, risucchiato.
Carlangelo Mauro è un poeta colto e raffinato, che si propone
con un rigoroso controllo intellettuale e con lodevole discrezione
di accenti. Il suo è un verso breve, asciutto, eppure denso,
che deve la sua ristretta misura a una attenta economia della
parola, a un rispetto che non viene mai meno per la parola
stessa, insieme a una felice vocazione antiretorica, quella che
gli consente di esprimere il sentimento – che pure si avverte
pulsare vivamente – senza sottolineature di alcun genere, e
dunque con singolare autenticità, con piena verità personale.
Una questione di stile e di gusto, s’intende; ma anche e soprattutto,
direi, una questione di moralissimo decoro.
Mauro si interroga anche sul senso della poesia e sull’inevitabile
timore (a volte certezza…) di incompiutezza o imperfezione
che la poesia genera in chi la pratica, se intellettualmente
onesto. Ragiona sulla sempre sfumante transitorietà dell’esistere,
si aggira, anche mentalmente, in luoghi e paesaggi dove
si intravede la minaccia dello «Sterminator Vesevo». Si tratta
di una sorta di nebbiosa regione dove i vivi sono di continuo raggiunti
dalla presenza o dal richiamo dei morti. Una
sorta di società, di comunità, la sua, che fa pensare a quella civiltà
dei vivi e dei morti di cui parlava e che teorizzava, tanto
opportunamente, Giovanni Raboni. Lo vediamo, s’intende,
nelle numerose dediche che costellano il libro. Lo respiriamo
a fondo nella sezione Ritrovamenti, dove Mauro ci parla del
rinvenimento di «scheletri dell’età del bronzo sigillati sotto le
pomici del Vesuvio ad alcuni metri di profondità», ponendosi
egli stesso, in quello stesso macabro, insolito spettacolo, come
oggetto di osservazione in una teca, tanto che afferma, in uno
dei momenti più intensi di questa raccolta: «sono io sotto gli
occhi / dell’ameno visitatore».
Il poeta vede l’esistere come realtà dominata dal dolore e dal
senso di fragilità, in quella che definisce una «quotidiana lotta
». Ma anche in questo la sua mano sa essere lieve, delicata, e
dunque a maggior ragione riesce a comunicarci emozioni non
vistose e sempre proposte, potremmo dire, come in bianco e
nero. Mai urlate o esibite, in ogni caso, e proprio per questo
più autentiche e, per quanto ci è possibile, umanamente condivisibili.
Maurizio Cucchi