“In margine”

Il mio libro di poesie, con disegni di Ciccio Capasso. Edizione fuori commercio dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, 1997

Quando scrissi “In margine” nel 1996-1997, con i disegni di Francesco (Ciccio) Capasso – nato il 13 gennaio 1922 a Scisciano (NA) e morto nel 1993 – fui colpito dalla grande quantità di opere prodotte da questo pittore che aveva insegnato all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Molte di esse erano ancora in possesso del figlio, Giuseppe Capasso, a Scisciano. L’artista partecipò al noto Gruppo Sud, per poi staccarsene e rimanere nella “masseria a Cicciano”, sua casa-studio, concentrandosi sulla figurazione.

Il volume, pubblicato nel 1997 in edizione fuori commercio dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, contiene disegni tratti dalle numerosissime cartelle dell’artista ancora conservate in famiglia; disegnava ogni giorno, fino a quando non fu colpito dal morbo di Parkinson. Il titolo allude sia alle poesie scritte “In margine” ai disegni, sia alla marginalità dell’artista che nella masseria ospitava persone, insegnando loro l’arte, le tecniche del dipingere e della scultura. Una marginalità che è anche la mia, che vivo non distante, in un piccolo paese come San Paolo Bel Sito (NA). Tra i suoi allievi ebbe un rapporto frequente con l’artista Vittorio Avella, maestro incisore, figura poi di rilievo nel mondo della grafica e della stampa d’arte, nonché direttore de “Il Laboratorio di Nola” (da segnalare a riguardo il documentario Il Laboratorio di Pasquale Napolitano, docente di Metodologia e Tecniche dell’Audiovisivo presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, presentato nel febbraio 2025 al Museo Madre di Napoli).

Molte altre opere di Ciccio Capasso si trovavano nelle case di privati e amici che avevano amato la sua arte, anche in sedi molto lontane. Ma Capasso non era per nulla interessato alla commercializzazione dell’arte: i racconti su di lui erano parecchi, e amici pittori mi raccontavano di come regalasse i suoi dipinti in cambio di una bottiglia di vino, di segni di amicizia, di gesti di apprezzamento.

Altre storie che avevo sentito su Capasso riguardavano una sua relazione con una modella. Erano gli anni in cui lo scandalo in un paesino non veniva tollerato, ma spesso punito: un parente bruciò le tele che la ritraevano, e Vittorio Avella mi disse: “Da allora non è stato più lui”. Conflitti familiari portarono poi a un ricovero in manicomio dell’artista (allora esistevano ancora), ma grazie al poeta e medico di Nola Aristide La Rocca, Capasso ottenne delle stanze nella clinica Villa Maria a San Paolo Bel Sito – una bellissima villa oggi purtroppo distrutta – dove poté continuare a dipingere e a lavorare. In questa villa c’erano anche diversi graffiti realizzati su gesso o intonaco, con incisioni e segni tracciati a mano spesso prima o dopo l’intervento pittorico: opere che forse rappresentano una parte importante della sua produzione e che sono andate perdute nel disfacimento della struttura.

A me interessava questa storia di sofferenza, di follia in qualche modo classica dell’artista (i suoi autoritratti sono per tecnica molto simili a quelli di Van Gogh) e di assoluta scelta di marginalità, fondata su una concezione dell’arte intesa come dono.

Il libro “In margine” fu presentato all’interno della mostra da me curata nel 1997 proprio nella villa-clinica in cui l’artista era stato ospite, un evento realizzato con l’aiuto del figlio Giuseppe Capasso (anche lui artista, scomparso qualche anno fa) e di un gruppo di giovani collaboratori. Ad accompagnarmi nelle letture furono i poeti Umberto Piersanti (di cui avevo amato, nel 1994, “I luoghi persi”, stampato da Einaudi) e Roberto Pasanisi (direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli). Piersanti ha sempre continuato a seguire il mio lavoro: il mio libro successivo, “Antidoto” (Campanotto, 2000), fu prefato proprio da lui. E fu sempre Piersanti ad accogliere il mio terzo libro, pubblicato dopo dodici anni, “Il giardino e i passi”, nella collana da lui diretta presso Archinto Editore, con la prefazione del poeta, critico e traduttore Maurizio Cucchi.

Ecco il primo testo da “In margine”, che allude alla distruzione con il fuoco delle opere giudicate scandalose nel paesino di Scisciano e al successivo ricovero in manicomio, quando l’artista ripensa all’evento devastante ma avverte, nel suo delirio, ancora la voce della sua modella al di sopra della «selva dei nati-morti». Un verso che non allude al montaliano «siamo già morti senza saperlo», ma all’indifferenza e al cinismo verso l’arte che nei paesi di quel tempo passato – dove anch’io ho vissuto fino ad oggi che ho sessantuno anni – potevano accoppiarsi ai lati più nobili della civiltà contadina e della tradizione, così come sono stati difesi da un Pasolini o da un Scotellaro.

Il rogo delle tele non fu certo un bel gesto. Sempre Vittorio Avella mi raccontò che quando l’artista fu prelevato dagli infermieri del manicomio, esclamò: «Cosa fate? Io insegno all’Accademia, non sono pazzo». L’infermiere rispose: «Io sono Napoleone». Il maestro non parlò più.

Ecco il primo testo del volume d’arte “In margine”, che risente di questi racconti:

I
ardono tra le sale grida
distanti si spengono voci
di sacri amplessi riemergono
profondi sussurri di fango

nere fiamme disegnano
trame nel sereno,
più in alto insegui
la tua chimera,
crepita il legno arso

ti risponde sopra il coro
della selva dei nati-morti
amara quanto il tuo soffrire
l’acuta voce cara tra rami

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